Up! or down? Parliamone

Articolo di gattozeneise – © copyright afNews/autore – ISSN 1971-1824

Vorrei fare alcune personalissime considerazioni (del tutto opinabili) riguardo alle previsioni degli esperti USA sull’eventuale flop dell’ultimo film della Pixar, UP!, cercando di procedere punto per punto:
1) La veneranda età del protagonista..per lo meno per gli spettatori più giovani, tipici voraci consumatori di pupazzetti: ma è accettabile definire così delle persone, seppur giovanissime? E, comunque, forse i personaggi de I Simpsons sono tutti giovani? Molti gadget rappresentano personaggi anziani, soprattutto legati all?universo MANGA e ANIME, ma non solo (NB: da noi potrebbe costituire piuttosto un problema identificarsi con un uomo in pensione ? ). I ‘vecchi’ non sono mai stati un problema per i fruitori di cartoni e fumetti, spesso sono risultati tra i più affascinanti. Nonostante ciò, anche un campione di vendite come Geronimo Stilton ha dovuto subire un lifting drastico nel passaggio sul piccolo schermo visto in anteprima all?ultimo Cartoons on the Bay: eppure la sua caratterizzazione con occhialini da vista e pancetta è stata parte integrante del successo, perché pensare che alla TV il suo pubblico lo voglia invece giovane e scattante? E se fosse stata anche un’esigenza degli animatori stessi, è giusto snaturare un personaggio così consolidato (vedi Martyn Mistère/Mystery)? E che dire dei nipotini di Pippo e Paperino, trasformati in orridi teen-agers? La Disney sembra proprio avere il complesso della terza età!). Infine: se il nonnetto è arzillo e brillante, perchè non dovrebbe costituire un modello positivo per i ragazzi? In fondo è riuscito anche a volare, giusto?
2) La pellicola accusa la mancanza di una figura femminile carismatica: a dire il vero, l’unico personaggio femminile realmente memorabile sfornato da Disney/Pixar resta Mrs. Elastigirl de Gli Incredibili, le altre non si discostano troppo dal solito clichè di spalle romantico-buffe (vabbè, facciamo eccezione per la pesciolina distratta di Nemo), ma se la storia non richiede parti femminili rilevanti allora che senso ha crearle apposta? Volete donne eccezionali come la principesse di Ocelot e Miyazaki? Costruite una trama adatta a loro. Liberiamoci una buona volta da questo politically correct per cui ogni categoria dovrebbe venire rappresentata anche quando non serve: l?essenziale in un film è che la storia regga, punto e stop.
3) Ci sono lunghe parti senza dialoghi: in La città incantata di Miyazaki la sequenza forse più emozionante è il viaggio di Sen sul treno degli spiriti, con la sola voce della musica di Joe Hisaishi): non è necessario parlare a vanvera per due ore, le vere emozioni spesso sono mute. L’abilità del regista e dell’animatore si vedono proprio qui.
4) Alcune parti della pellicola sono “girate” in bianco e nero: se è funzionale al film, è un espediente che rende molto, come in un bel film visto a Rapallo, 00 di Marco Pavone, in cui serviva a visualizzare il ricordo del nonno del protagonista come fossero sequenze da cinema muto. Insomma, l?essenziale è che non siano espedienti messi a casaccio.
5) Un film poco commerciale e spendibile: ma chi lo decide?! Gli analisti di borsa e l’Herald Tribune non dovrebbero essere i principali suggeritori del destino commerciale di UP!, in quanto solo l?abilità della Pixar nel mettere la tecnologia al servizio di storie belle e complesse sarà in grado di decretarne l’esito al botteghino: se così non fosse vorrebbe dire che la cultura occidentale ha intrapreso una china pericolosa verso l?ottundimento totale del gusto personale e, di conseguenza, della libertà d’opinione. Non esagero: la t-shirt o il ninnolo firmati saranno sì necessari al rientro economico ma la capacità di emozionarsi di fronte a stimoli non telecomandati va preservata ad ogni costo; sfatiamo, poi, questo luogo comune: il cinema di animazione non è solo per i giovanissimi! La Thinkways Toys ha già annunciato che non produrrà alcun oggetto legato al merchandising del film: e se si rivelasse un errore strategico clamoroso? Sarebbe una salutare lezione per tanti profeti del marketing, incapaci di vedere al di là dei propri sondaggi. Up!, comunque, aprirà il prossimo Festival di Cannes: ormai sdoganata dall’elite cinematografica, paradossalmente l’animazione deve ora imparare ad affrancarsi dalle previsioni infauste di certi analisti, basate solo su fredde indagini di mercato ma capaci di influire pesantemente sulle scelte artistiche di molte aziende. Emblematico mi pare il caso della cosiddetta guru dei trend giovanili (!) Kelly Pena, la donna che sussurrava ai ragazzi(!), la quale per conto di The Walt Disney Company scandaglia la mente del cosiddetto target 6-14 anni (target vuol dire anche bersaglio, attenzione?) e fornisce loro, grazie a test preparati da antropologi (!), programmi su misura nei quali identificarsi a piacimento. Desiderio di personalizzazione, lotta per crescere, bisogno di essere premiati per piccoli successi, interattività che si esprime sul canale via cavo e web Disney XD? la spunta al posto della X perché se no la identificano con il segno di errore: ma non li staranno viziando un po? troppo, ‘sti ragazzi? Se alla fine il risultato è quello dei teen-agers in carriera della sit-chat Up’n Pop di RaiSat Smashgirls, brillantemente fasulli (e petulanti) come l?eroina di riferimento Hannah Montana, direi che l?intento educativo, se c’è, risulta alquanto ambiguo: vestirsi come, atteggiarsi come, parlare come, pensare come? La domanda nasce spontanea: ma li vogliamo proprio tutti identici? Per una grande azienda (quale la Disney è) la domanda è pleonastica: la teen generation deve comprare, e consumare, in modo omogeneo e quantificato, ma se ciò è giustificabile per un prodotto seriale la stessa logica non si dovrebbe accettare per i lungometraggi che, per fortuna, hanno ancora delle ambizioni artistiche e concettuali più profonde. Parlando di personaggi celebrati a Cartoons on the Bay: se Tomino Yoshiuki avesse pensato solo a compiacere il trend, probabilmente non avrebbe ideato la saga di Gundam; Talus Taylor in pieno ’68 si sarebbe ben guardato dal pensare la famiglia felice dei Barbapapà (sopravvissuta poi ad ogni ideologia); Bruno Bozzetto non avrebbe profuso soldi e fatica in un’incognita come West & Soda (piccola nota a margine: il suo MiniVip, ora riproposto, seppur edulcorato nella nuova serie PsicoVip, ha ispirato 40 anni dopo proprio il bellissimo Gli incredibili della Pixar, e la serie da lui diretta per Disney Tv Bruno The Great è stata trasmessa su tutti i Disney Channels del mondo? in Italia si continua a tributargli premi alla carriera ma finanziamenti per i suoi progetti di lunghi non se ne trovano mai? e vogliamo parlare del trattamento riservato alla Famiglia Spaghetti alla sua prima messa in onda? Il caso è speculare a South Park, considerato per bambini in base alla grafica e poi spostato a tarda notte: la Famiglia di Bozzetto ha preso quota non appena le è stata assegnata una collocazione più consona, fuori dal contenitore per più piccoli in cui era stata confinata). E Miyazaki Hayao? Il suo Studio Ghibli è nato proprio per staccarsi dalla produzione standard del mercato giapponese e per permettere una concezione dell’animazione unica e personale che non per questo ha nuociuto a livello economico,anzi! Con i film costantemente al top delle classifiche giapponesi, lo stesso merchandising del Ghibli non si è però tradotto in sfrenata produzione di articolame vario, bensì in limitate tirature sulla cui distribuzione all?estero vige un ferreo controllo : proprio per non sviare l’attenzione del pubblico dall’opera artistica, che rimane il fine principale dello Studio. Certo, un tale esito prevede costi umani ed economici eccezionali, e probabilmente non sarebbe stato possibile senza due personalità uniche come lo stesso Miyazaki e Takahata Isao (e ad oggi non si vedono ancora eredi?) ma il concetto è che per realizzare un sogno quasi utopico costoro non hanno certo stilato grafici di tendenza: ci hanno semplicemente creduto, anche contro ogni logica (ne Il Castello errante di Howl la protagonista è una giovane ragazza trasformata in nonnina che proprio grazie a ciò riscopre se stessa e trova la felicità). Le loro creature sono “vive” e dureranno per sempre, a differenza, secondo il mio umile parere, di tutta la massa di adolescenti virtuali coi capelli a punta (Il fenomeno DragonBall ha fatto dei veri danni, il suo successo globale influendo in modo deleterio sull’estetica dei giovani characters designers) che sembrano ritagliati sull’immagine che gli adulti vogliono avere dei giovani (musica, amicizia, amore, idealismo) ma dietro il cui look accurato non traspare un’anima. L’ipercinetica serie diretta da Maurizio Nichetti per RaiDue, TeenDays, purtroppo pare proprio seguire questa tendenza: le problematiche esistenziali dei giovani diligentemente presenti ma ficcate tutte insieme in un gran calderone che propone il successo come soluzione e riscatto ma senza grandi caratterizzazioni emotive,con una grafica stile anime che accentua la scarsa empatia con i protagonisti.
In conclusione, ritengo che il cinema d’animazione e il suo pubblico siano vittima di un pregiudizio di fondo che li vuole strumento e fonte di guadagno ma al contempo li relega in una dimensione di immaturità e dipendenza che mortifica la potenzialità espressiva di uno e nega la capacità dell’altro di gestire la propria emozionalità in modo consapevole. In nome di questo pregiudizio si pongono veti e censure su produzioni minori, esercitando di fatto un embargo sulle idee, e si annacquano le intenzioni intellettuali di film più ambiziosi (come Up!) sotterrandoli sotto tonnellate di “mangime per polli” le cui esigenze commerciali finiscono spesso col prevalere su quelle dell’opera in sé.
Clicca per vedere il trailer http://www.youtube.com/watch?v=pBl1kGg8HZs

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